Quattro chiacchiere con ... Andrea Zatti !

1. Se dovessi elencare le tre più grosse soddisfazioni della tua carriera
cestistica, quali indicheresti?

Le tre promozioni ottenute con la maglia di Pavia, rispettivamente in A1, in Lega 2 e in B d'eccellenza. Il vedere la mia maglia, come unica, appesa in un palazzetto da 4.000 posti, costituisce il coronamento di questi risultati.

2. Andiamo un pò indietro... ricordo un canestro alla fortissima Glaxo Verona all'ultimo secondo con soli 3 (o 4?) giocatori in campo della nostra Fernet Branca: cosa ricordi tu di quel momento amplificato poi anche dalla Domenica Sportiva?

Palazzetto stracolmo e sfida tra la prima e la seconda della A2. Nella Glaxo giocavano Morandotti, Shoene, Kempton, Brusamarello, Dalla Vecchia, Savio e Fischetto: era la corazzata del girone e vinse agevolmente il campionato. A 4 secondi dal termine rimanemmo in 4 per il 5° fallo di Oscar. Kempton con un 2/2 ai liberi portò Verona a +1. La palla dalla rimessa andò a Fantin che sparò da metà campo: il pallone rimbalzò diretto sul tabellone ed io riuscii, con una certa fortuna, a tramutarlo repentinamente in canestro . Guardai il mitico arbitro Duranti che convalidò ed esplose una grande festa collettiva, immortalata dalla Domenica Sportiva. Un mio amico che era a Parigi per il Capodanno, mi vide
alla TV in albergo e mi chiamò incredulo, temendo di essere già completamente obnubilato dall'alcool.

3. Passiamo alla prima stagione in A1, sei stato lanciato come playmaker da Zorzi pur non avendo quasi mai giocato in quel ruolo, il tuo è sempre stato guardia: pensi che sia stata una scelta giusta in quel momento o forse è stato un grosso azzardo?

E' stata la scelta più corretta per le contingenze del momento: la squadra aveva bisogno di un secondo play e io difficilmente avrei potuto competere fisicamente con le guardie della massima serie (leggi: Riva, Iacopini, Mannion, etc...). Il problema è stato il non aver iniziato prima, nelle giovanili, a sviluppare attitudini maggiori in quel ruolo. Comunque la mia stagione di A1 è stata più che soddisfacente, forse è mancato un altro giocatore d'esperienza in quel ruolo che potesse completarsi con me.

4. Cosa mancava in quella squadra per potersi salvare? Solo l'esperienza?

Tutto sommato c'erano giocatori di una certa esperienze e il livello qualitativo della squadra era tutt'altro che da retrocessione. Si sono perse diverse partite sul filo di lana e questo ha contribuito a creare un clima non ideale tra alcuni giocatori e l'allenatore. Inoltre, hanno cominciato ad emergere i noti problemi economici (ritardi negli stipendi, assegni cabrio) e questo non ha certo aiutato i risultati. Anche in caso di salvezza, la società si sarebbe comunque sfaldata in breve tempo.

5. Cosa ricordi delle tue esperienze fuori da Pavia in serie A e dai nostri "cugini" Vigevanesi ?

Tre anni positivi e con ottimi ricordi. Ad Arese un anno con una squadra giovane con diversi personaggi particolari, a cominciare dall'allenatore Luigino Bergamaschi: facevamo spesso amichevole a Bellinzona perché lui andava a giocare al Casinò a Campione. Mitico l'americano Popeye Jones, che poi ha avuto ottime esperienze nell'NBA: grande animatore delle notti milanesi, una sera l'hanno dovuto tirar fuori esanime dall'Hollywood con il motacarichi. Alla fine dell'anno era diventato giallo e gli si palpava il fegato vicino alle tonsille. A Forlì, impostazione super professionistica, con Giorgio Corbelli presidente e un numero di team manager e direttori sportivi maggiore di quello dei giocatori. Ricordo con piacere la cordialità e familiarità della gente di Romagna, fatta di piadine, talgliatelle e Sangiovese. E' l'anno in cui ho investito maggiormente in allenamenti e impegno per l'attività sportiva e tutto sommato ho capito che il professionismo non faceva per me. Dovendo spostarmi a Roma con Corbelli l'anno successivo ho preferito prendermi una pausa di riflessione. A Vigevano una grande passione e trasporto per la squadra da parte del pubblico, con la grande capacità di Romano Petitti di infiammare la piazza. Ho sempre avuto un trattamento di favore da parte del pubblico, che mi ha accolto con applausi anche dopo il mio passaggio a Pavia (caso penso unico per un giocatore pavese). La squadra era ottima e ben assortita, rimane il rammarico per non aver centrato la promozione.

6. Pensi di aver raggiunto il massimo di soddisfazioni nel basket, con le
tue capacità tecniche, o hai qualche rimpianto?

Probabilmente avrei potuto ottenere di più sacrificando altre sfere personali come lo studio e la famiglia. Fisicamente non ero del tutto adatto al tipo di basket di vertice che si è affermato negli ultimi decenni, basato molto sul contatto e la forza muscolare. Sostituendo la Croatina con un pò più di Creatina avrei forse potuto competere meglio, ma non penso ne valesse la pena. Tutto sommato mi sono tolto delle grandi soddisfazioni senza vendere l'anima al diavolo, e mi sembra un ottimo risultato.

7. Non hai mai pensato di esserti ritirato troppo presto? Sono convinto che ancora oggi potresti essere una pedina importantissima nell' Edimes.

Questo direi proprio di no. Ho chiuso la carriera con una promozione e l'allargamento della famiglia e gli impegni lavorativi mi imponevano di fare scelte diverse. L'anno successivo Martelossi mi ha più volte invitato a rientrare, ma è stato giusto e saggio stare fuori. Certo non è stato facile.

8. Cosa pensi della squadra di quest'anno, si è partiti con squilli di tromba, dopodichè l'esonero di Baldo, la squadra che non lo seguiva... ora Finelli, l'infortunio a Shoemaker, insomma un'annata un pò strana: pensi possa essere rimessa ancora in pista?

Mi pare che l'organico sia buono, con alcuni problemi di chimica interna. Non ho visto favorevolmente l'esonero di Baldo e la vicenda in genere: forse si poteva garantirgli una fiducia maggiore. In generale, comunque, la società mi pare solida e con un gruppo di persone appassionate che possono garantire la continuità al di là degli alti e bassi stagionali.

9. Ritorniamo un po' indietro nel tempo: quali stranieri e italiani ricordi maggiormente nelle tue esperienze? Spurling si ricorda ancora di te... (Vedi "Intervista a Spurling" 29/10/2004)

Oscar: impossibile non nominarlo. Ha fatto vivere a Pavia emozioni forse irripetibili. Un talento offensivo impressionante e una persona di grande semplicità e disponibilità. Montenegro: una specie di Maradona del basket. Grande sregolatezza nella vità privata, ma anche ottimo talento cestistico e personaggio generoso e di grande trasporto fuori dal campo. L'ho risentito dopo l'ultima promozione e mi ha fatto molto piacere. Darryl Dawkins a Forlì: il giocatore che ha fatto inventare i canestri sganciabili. Direi che basta questo... Tra gli italiani ricordo quelli con cui ho mantento i migliori rapporti personali: Paolo Coccoli, Paolo Boesso, Giovanni Sabbia e Claudio Gabba. Non dimentico comunque di aver giocato con alcuni pezzi della storia italiana di questo sport come Vecchiato e Premier. Una menzione va anche agli allenatori: Attilio Caja con cui sono cresciuto cestisticamente, Tonino Zorzi che mi ha dato una grande chance in serie A e Alberto Martelossi che mi ha permesso di fare il giocatore ad alto livello quando ero un dopo-lavorista e mi addormentavo durante le riunioni del venerdì sera in spogliatoio.

10. Indirizzerai i tuoi figli al basket oppure gli lascerai scegliere quello che vogliono? Con un maestro come te sarebbe però sarebbe un peccato...

Visto che ho tre figli maschi, spero che almeno uno un tentativo lo faccia. Per ora non sembrano molto intenzionati, ma è ancora presto. Al di la del tipo di sport, spero comunque che facciano pratica agonistica, perché è un'ottima palestra di vita e un'occasione di crescita personale.

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